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CRISI GRECA: QUANTO INCIDE IL FATTORE DEMOGRAFICO?
di Antonio Cappiello [*]

La fragilità delle economie, greca, portoghese, spagnola e irlandese, a lungo discussa, rappresenta attualmente un problema concreto. La crisi economica in Grecia e Portogallo ripropone alcuni interrogativi riguardo alle politiche monetarie e commerciali nella zona Euro. Secondo molti, questo crollo era prevedibile vista l’eterogeneità dei livelli di inflazione strutturale nei paesi UE, ma anche i fattori demografici non sono da sottovalutare.

Index Terms - Crisi economica, Euro-zona, proiezioni demografiche, invecchiamento demografico, politica eocnomica.

I.    RIDUZIONE DELLA DOMANDA E CRISI ECONOMICA

Le economie trainanti d’Europa non si sono mostrate all’altezza delle aspettative e non si è verificato quell’innalzamento della domanda necessario a stimolare le esportazioni intra-europee. In Germania, ad esempio, si è riscontrata una scarsa crescita economica e un’economia fortemente dipendente dalla domanda esterna. Infatti, in seguito alla crisi del 2009, quando i maggiori paesi importatori extraeuropei, soprattutto gli USA, hanno ridotto le importazioni, si è verificata una forte contrazione economica tedesca. Nel 2009, le esportazioni tedesche hanno subito una contrazione del 20% ed il PIL si è ridotto del 5% (fonte: SBD Statistisches Bundesamt Deutschland). Basti pensare che, dal 2006 al 2009, i consumi delle famiglie in Germania sono aumentati soltanto dell’ 1,4% (fonte: SBD ) mentre negli Stati Uniti aumentavano del 5,4 % (fonte: US Census Bureau). Invece, i Paesi UE esportatori (incluso l’Italia) si aspettavano, per far fronte alle proprie difficoltà, un aumento della richiesta dei propri prodotti da parte soprattutto dei consumatori tedeschi, francesi e, in generale, anche del Nord Europa (Benelux e Scandinavia). Inoltre in molti paesi dell’Unione si osserva una marcata disparità interna (regioni Nord – Sud) . Ad esempio, in Svezia, Finlandia, Italia e Gran Bretagna si riscontra una produttività più alta nelle aree settentrionali mentre in Germania l’economia delle aree meridionali risulta più performante (Europe’s Demographic future, Growing Regional Imbalances, Berlin Institute for Population and Development 2008). 

II.    Consumo delle famigle e fattori demografici

Le politiche economiche che hanno consentito di mantenere una buona competitività industriale in Germania e Francia hanno però generato una certa compressione del potere d’acquisto delle famiglie. Comunque, soprattutto il fattore demografico merita un’attenta riflessione. Infatti, le proiezioni demografiche [vedi tab.1] per il 2050 (United Nations POPIN data 2008 revision “World Population Prospects”) indicano una drastica riduzione della popolazione tedesca (quasi 12 milioni in meno) con un conseguente aumento dell’età media e quindi con una riduzione della popolazione in fasce di età con maggiore propensione al consumo. Tutto ciò ha un impatto rilevante per l’economia, poiché -  a partire dalla creazione della moneta unica - i paesi che non fanno parte dello zoccolo duro della zona Euro si sono  progressivamente indebitati a tassi contenuti puntando principalmente sull’aumento delle esportazioni. Il problema dell’invecchiamento demografico era stato comunque già discusso dalla Commissione europea nel 2006, soprattutto per quanto riguarda il problema della previdenza sociale. La popolazione europea in età lavorativa (dai 15 ai 64 anni) dovrebbe subire una riduzione di circa 48 milioni di persone[1] nel 2050 e, se le politiche economiche e finanziarie non venissero adeguate ai cambiamenti demografici, si avrebbero gravi conseguenze per la crescita economica e la finanza pubblica. Per affrontar il problema Spidla, allora commissario europeo per gli affari sociali, aveva diffuso il 12 ottobre 2006 il comunicato “The demographic challenge - a chance for Europe". Tale comunicato rappresentava il follow-up del green paper sul cambiamento demografico del 2005 che aveva ricevuto l’input di vari stakeholders. La ricetta proposta dalla Commissione Europea prevede 5 pilastri:
1)  
rinnovamento demografico (nuova politica delle nascite combinata con migliori politiche abitative e dei servizi, migliore bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata);

2)  
 politiche di impiego attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro e l’allungamento dell’attività lavorativa combinata con il miglioramento delle politiche sanitarie;

3)  
miglioramento della produttività lavorativa;

4)  
politiche per l’accoglimento e l’integrazione degli immigrati;

5)  
politiche di risanamento della finanza pubblica per poter garantire un’adeguata politica di previdenza sociale e equità intergenerazionale.
Le politiche dell’istruzione e del lavoro dovranno quindi essere riformulate in maniera più flessibile  per supportare coloro che desiderano avere figli. Sembra comunque che il miglior approccio debba prevedere un necessario miglioramento qualitativo per le infrastrutture economiche, politiche e sociali piuttosto che un semplice innalzamento dell’età pensionistica dei lavoratori. La “sfida demografica” dovrà essere parte integrante di tutte le altre politiche europee e nazionali che dovranno necessariamente adattarsi ai cambiamenti demografici. Ad esempio, va considerato che, l’incrementata popolazione femminile nella fascia d’età che va dai 30 ai 45 anni deve sopportare un carico di lavoro triplicato: prendersi cura dei figli, dei genitori anziani e continuare a progredire nella carriera professionale. L’Europa non è, comunque,  il solo continente a subire l’invecchiamento demografico, anche nuove economie emergenti, quali India e Cina,  stanno subendo una importante “age timebombs” (anche se il tutto va riconsiderato alla luce dell’espansione demografica globale: 9,149 milioni per il 2050, sempre secondo le stime UN).
 
 

[Tab. 1]Proiezioni popolazione mondiale  2050

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Fonte: UNPD 2009 World Population Prospects: The 2008 Revision

 
[*] Le opinioni espresse nell'articolo riflettono esclusivamente il pensiero dell'autore e non impegnano l'istituto di appartenenza.
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[1] Il tasso di dipendenza (il numero di persone anziane di età pari o superiore ai 65 anni rispetto a quello delle persone dai 15 ai 64 anni) dovrebbe raddoppiare per raggiungere il 51% entro il 2050, il che significa che nell'UE si passerà da quattro a soltanto due persone in età lavorativa per ogni cittadino di 65 anni o più (vedi Comunicazione della Commissione - Il futuro demografico dell’Europa, trasformare una sfida in un’opportunità COM/2006/0571)
 
 
 
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